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Martin Luciano Dal 1938 ad oggi.

Luciano Martin, il fondatore, nasce a Padova nel luglio del 1907 e a soli 16 anni decide di venire a Milano per cercare “fortuna” nella grande città. Un suo amico e coetaneo, già stabilitosi alcuni mesi prima, lo ospita e lo aiuta nella ricerca di un lavoro. Ha lasciato nel paese di origine il papà vedovo e 4 sorelle; il bisogno e il desiderio di lavorare fanno sì che immediatamente Luciano si rimbocchi le maniche e si inserisca con tanta volontà nell’allora difficile mondo del lavoro.
Dopo alcuni mesi, nei quali qualsiasi piccolo o grande lavoro purchè onesto, lo vede impegnato e disponibile per quante più ore possibili al giorno, conosce un commerciante che importa juta dall’India attraverso l’Inghilterra, e che a Genova-Caricamento (nella zona portuale) ha un proprio deposito. Lì arrivano le navi con le merci un po’ da tutto il mondo, ed avviene lo smistamento. Luciano parte subito per Genova con l’incarico, essendo anche sano e robusto, di occuparsi un po’ di tutto, dallo scarico alla cernita del materiale nonché alla gestione degli altri dipendenti; in pratica facendo le veci del suo datore di lavoro. Oltretutto, essendo solo, può dormire nel grande magazzeno e mandare alla famiglia quasi tutti i suoi risparmi, spendendo il minimo necessario per vivere.  Ma ad un certo punto la fortuna lo abbandona e, dopo diversi anni della sua giovinezza trascorsa a lavorare tra i carugi di Genova, con i camalli ed i primi emigranti venuti dal sud, accade qualcosa che cambierà per sempre il suo destino. Il commerciante che gli ha dato lavoro e responsabilità sta per fallire; purtroppo il gioco d’azzardo e la vita dissennata lo stanno mandando in rovina.
Luciano gli affida tutti i risparmi che ha per cercare di aiutarlo, ma è solo una goccia in un mare di debiti; il suo datore di lavoro rendendosi conto di non potercela comunque fare, restituisce tutto il denaro prestatogli e cessa l’attività con un disastroso fallimento ed il sequestro di tutto ciò che possiede. I dipendenti rimasti improvvisamente senza lavoro si disperano, ma Luciano che non si abbatte facilmente, li riunisce e decide con loro di ricominciare da capo tornando a Milano. Ormai è in grado di avviare e condurre un’attività  grazie a quegli anni di esperienza a Genova; ha solo l’amarezza di dover lasciare in questo modo colui che lo ha aiutato e che considera quasi un padre. Lo rincontrerà 40 anni dopo, in un caffè di Rapallo, e tra le lacrime e un lungo abbraccio si saluteranno, riconoscendosi entrambi; lì si vedranno per l’ultima volta. Siamo tra la fine degli anni 30 e l’inizio degli anni 40, a Milano Luciano acquista un motocarro ”Gilera 8 bulloni”, vive e lavora in un piccolo magazzino nel quartiere di Porta Genova; non lo sa, ma da ora in poi questo sarà il suo mondo. Alcuni operai venuti con lui da Genova, preferiscono non rischiare e trovano dei lavoretti di fortuna. Lui no, ha in mente qualcosa di preciso: un’ impresa tutta sua.
E così comincia a scambiare merce con altra merce, finchè si iscrive alla Camera di Commercio e nell’anno 1938 gli viene rilasciata la prima licenza per l’acquisto e la vendita di articoli da rigattiere all’ingrosso ed al minuto. E’ solo e va sempre a mangiare dalla signora Lena che ha una latteria con cucina in Ripa Ticinese, proprio davanti alla fermata del tram numero 19. Vede sempre una bella ragazza dai capelli nerissimi, elegante e raffinata ma nello stesso tempo semplice e gentile; si chiama Bruna e lavora come segretaria in un importante studio legale del centro.
E’ una “Stellina”, chi è di Milano sa cosa significhi. Diventerà sua moglie nel novembre del 1945. Luciano e Bruna trovano casa e magazzino in affitto in Alzaia Naviglio Grande 46, nel terzo cortile. Bruna lascia il lavoro presso lo studio legale, le dispiace è come in famiglia, ma aiutare Luciano è la cosa più importante e lei lo affianca sempre, tutti i giorni senza tirarsi indietro mai, anche nei lavori più pesanti; poi c’è la contabilità, e chi potrebbe occuparsene meglio?  
E’ appena finita la guerra c’è una gran fame e c’è bisogno di tutto; nei cortili sul naviglio chi ha un piccolo spazio alleva qualche gallina. Loro hanno anche un gallo che si chiama Pippo, come l’aereo che terrorizzava la città. Milano è stata ripetutamente bombardata, tante case sono distrutte e sta crescendo l’erba sulle macerie. Gli americani hanno lasciato di tutto e di più, spuntano i Campi ARA dove vengono raccolti i residuati bellici tessili, ferrosi e di altro tipo. Luciano assume alcuni operai; la compravendita di juta, sacchi e teloni si sviluppa, si riutilizzano tutte le materie tessili. Vengono suddivisi “i buoni dai rotti” e quelli non utilizzabili diventano feltri per dischi da pulitura. Le Ferrovie dello Stato mettono all’asta i vecchi teloni dismessi dei carri, Luciano riesce ad acquistarli, li trasforma, taglia e modifica. Ritira i sacchi dalle torrefazioni di caffè, vengono rovesciati, sbattuti e poi rivenduti. Anche chi importa spezie dall’oriente deve liberarsi dei sacconi vuoti, Luciano li acquista e li lavora, ne ricava altri più piccoli da rivendere. Sta attrezzando il piccolo magazzino-laboratorio con delle macchine per cucire e rammendare, sono le famose Necchi e Singer, dei veri gioielli; le smonta e pulisce ogni domenica quando non lavorano. Se si guastano le ripara da solo e ne corregge i pezzi per risparmiare.
Ormai lo spazio non basta più, Bruna aspetta il loro primo figlio, lo chiamerà Paolo come l’amato papà che ha perso a soli 6 anni. La casa poi è un’unica stanza divisa da una tramezza, il bagno non c’è ed i servizi igienici sono in comune con altre famiglie, all’esterno. Decidono di acquistare una proprietà messa in vendita da tre sorelle molto anziane; è poco più in là, al civico 58.
Prima della guerra era un’azienda tessile ora è un’ammasso di macerie e rottami. C’è da ricostruire, acquistare qualche nuova attrezzatura, ci vogliono i soldi che Luciano non ha. Si reca presso una banca con Bruna e il piccolo Paolo; non può dare garanzie per ottenere del denaro, ha solo due braccia forti e tanta determinazione. Ce la fa, il funzionario gli crede e lo aiuta, forse perché intuisce che quest’uomo che conserva ancora un marcato accento padovano, ama lavorare e ama Milano; qui ha messo le sue radici, qui farà fortuna. Chi avesse scommesso su di lui  forse avrebbe perso: aveva frequentato la scuola solo fino alla seconda elementare ed era fuggito da una finestra per non terminare nemmeno l’anno, era un sognatore senza arte ne parte, con un carattere forte, poco denaro in tasca e al paese una famiglia numerosa da aiutare, era possibile? Sì, ma difficilissimo. Il denaro arriva e con mezzi di fortuna inizia a costruire.
Il negozio al piano terreno ha un arredamento davvero originale: le casse di legno ormai vuote degli aiuti americani diventano pavimento, scaffali e bancone fatti da lui. Fa fare da un vetraio specializzato una scritta da apporre sopra la porta “ Tutto per operai”; gli piace questa cosa, sì molto, perché deve essere chiaro che lì si vendono cose da lavoro.
Stivali in gomma, impermeabili, giacconi e poi indumenti che Bruna personalmente taglia e cuce. E’ andata a scuola dalle suore per imparare, prepara i modelli in cartone misura per misura; pantaloni, giacche, vestaglie, pettorine, tute intere e poi, la sera, sul banco del negozio chiuso, stende il tessuto e prepara i pezzi tagliati. Sopra c’è la casa, dietro il cortile con il laboratorio e il deposito.
Sulla facciata in alto ben in vista fa dipingere “DITTA MARTIN LUCIANO” in grande, così lo vedono tutti anche dalla Ripa e vengono a comprare. Presenta domanda in Prefettura per avere un’altra autorizzazione: acquistare, detenere e vendere indumenti e materiali ex militari, gli è concessa. Le basi americane sono installate in molte regioni; La Marina, l’Aereonautica e l’Esercito Italiani hanno nelle loro caserme tanti ragazzi e tante divise. Gli indumenti ed i materiali dismessi, oltre che alle attrezzature fuori uso devono essere sostituiti; vanno all’asta, Luciano partecipa e spesso ottiene l’aggiudicazione di un lotto. Ha occhio, sa valutare ed immaginare cosa fare di quella roba ammassata nei depositi. Siamo quasi negli anni 60 ed è nuovamente papà, è nata Graziana.
Ormai il quartiere è cambiato, ogni portone si apre su di un cortile che ospita tanti laboratori artigiani. Sono gli anni del boom economico e Milano è operosa sempre in fermento, tutti lavorano si danno da fare. I camion che scaricano lì fanno fatica, perché ormai non si passa agevolmente: ci sono le automobili, i motocicli, i furgoni e Luciano trova anche uno spazio in periferia per depositare e smistare le grosse quantità.
Arrivano molte richieste e le prime forniture importanti: svariate banche acquistano sacchi speciali per i valori, Alemagna ordina i sacchi in juta colorata per le confezioni natalizie dei panettoni e dei biscotti, la Ferrari acquista dei filtri particolari per delle macchine da verniciatura, Autodelta delle coperture per le vetture da corsa, la RAI, il Teatro alla Scala, ATM, diventano clienti abituali e fedeli come tanti altri. Intanto parte una moda importata dagli USA, funzionerà?
Oggi si può sorridere, ma quando i primi jeans compaiono in questa bottega solo Bruna ci crede, Luciano no; costano molto più dei suoi stracci e poi li portano solo i ragazzi un po’ sbandati, così si dice.
Ma i giovani arrivano e di corsa; tra camicie militari, zaini, giacconi della Marina e tutti quei jeans è impossibile non provare l’ebrezza della trasgressione.
Quello che prima era un posto per gente con pochi soldi ed i calli sulle mani, ora negli anni 70, è un punto d’incontro e di aggregazione. Ci si veste così perché ci si sente parte di un gruppo, di una classe sociale; tutte le classi sociali trovano qualcosa: è di moda. Arriva persino la Televisione Svizzera ad intervistare Luciano: lui è molto emozionato, non è più un giovanotto, ma è sempre un uomo genuino e spontaneo. La RAI acquista il filmato e lo trasmette a TV7 una sera.
Così Luciano e Bruna con Paolo e Graziana, da subito inseriti nell’azienda dei genitori, vivono intensamente la loro vita familiare e lavorativa lungo il Naviglio Grande. Qui gli ultimi barconi passano lenti e portano la sabbia in Darsena, dove i camion aspettano, caricano e vanno; poi di notte i barconi vengono trainati dal trattore e tornano in su, pronti per il giorno dopo. I ragazzi, d’estate, fanno il bagno proprio nel naviglio ed i Vigili Urbani (i Ghisa) li inseguono e cercano di acchiapparli ma è impossibile: c’è chi entra di qui e chi esce di là, è una battaglia persa.
I pittori aprono i primi studi e le latterie si trasformano in bar e trattorie; e poi e poi e poi. Ecco, sono gli anni 90, cambiano le mode, i gusti, la gente, le abitudini; questa no, il negozio “Tutto per Operai” è ancora lì.
Luciano non c’è più, si fa per dire, perché la sua presenza non la può dimenticare nessuno; è come se fosse sempre qui tra le sue cose, con in mano l’ultimo arrivo da mostrare o una vecchia gavetta un po’ arrugginita e dimenticata.
Tutti chiedono ancora di lui dopo tanti anni, lo fanno con molta nostalgia. Sono passati di qui quando erano giovanissimi, pieni di sogni e Luciano li capiva bene i loro sogni.
Ecco, questo è quanto; non un racconto ma una storia vera, la storia della nostra famiglia e della nostra azienda.
La storia che ci ha insegnato a vivere ed a credere intensamente in ciò che continuiamo a fare.
Milano, giugno 2008

                                                                           Bruna, Graziana, Paolo Martin